Archivio della categoria: Dissertazioni

Ferie 2019.

 

Bene, siamo ai saluti estivi, e faccio respirare il blog per due o tre mesi e sotto la forca caudina dello sconforto di Lella che non ama eccessivamente il trasferimento nella casa marina in quanto legata a shoppingate che per qualche tempo non potra’ effettuare.
Ora la considerazione sta nelle sette barra sette e mezzo ore di viaggio dove la povera vettura deve dare tutta se stessa alla faccia del tutor se esiste ancora e del navigatore coi suoi bipbip masturbaorecchie.
In queste sette e passa ore il cervello fa un sacco di considerazioni e se optate per gli sport estremi non c’e’ bisogno di fare i vari bungee jumping, streetluge o zorbing perche’ e sufficiente buttarsi in un viaggio sulle Italiche autostrade.. l’emozione sara’ la stessa per i vari pirlotipi che incontrerete … tipo quelli che si ficcano sulla corsia di sorpasso ai 130 Kmorari previsti dal codice e se ne fottono delle otto luci che gli sparate addosso tipo lampo fotonico sperando che la corsia si trasformi in una personale galleria del vento, mentre quelli al culo a loro volta usano lo stesso sistema con voi che ritardate ad incenerire il trottapiano ..ma cazzo o beduino imperiale non vedi che le altre corsie sono libere quindi togliti dalle palle..nada.. quei tipi li sono amanti della sinistra ergo odiano 5stelle e seganord e quindi non stanno sulla destra nemmeno per disgrazia ricevuta o forse pensano che stando li il clima e’ migliore … lo specchietto retrovisore lo usano solo per strapparsi i peli dal naso e se ne fottono se dietro si sta formando il trenino di scalpitatori che vogliono scaricare il carburatore a settemila giri.. alla fine, quando i pendenti si sono ben smarronati ovviamente si opta per il classico sorpasso a destra con finto colpo di coda finale a stringere verso il guardrail per far capire come funzionano le cose…ora voi penserete male dello scrivente soprattutto se siete di quei tipi che adorano il zigzag tipo sciatore sulla neve del Mortarillo..insomma quelli che saettano destra sinistra e che non hanno tempo da perdere e il bello e’ che il genere indicato zigzagoso arriva a casa (sempreche’ arrivi) con 4 minuti e 22 secondi di anticipo rispetto ai normali, non alcuno che aspetta il loro rientro focoso se non un geco giustamente depresso e quindi il fatto li fa sentire soli e pertanto rientrano in autostrada per rifare quel zigzag che piace tanto.
La maggioranza dei normali si puo’ definire codista, ovvero quelli che amano le code e non appena vedono un rallentamento accendono le quattro luci, godono come falchi e spengono il motore per improvvisare una conversazione col vicino o per fare un banchetto sul tetto delle auto nel caso fortunato (per loro) di sosta forzata e godimento nel godimento nel caso di autostrada bloccata.. gridano al miracolo e si abbracciano tra loro e mangiano felici mentre gli altri smoccolano in attesa di ripartire.
A pensare bene forse non hanno tutti i torti, hanno ragione loro perche’ dalla vita hanno capito tutto e non si fanno cattivo sangue.
Certo che le mie settecirca ore sono nulla rispetto alle 13 fatte da amici che hanno avuto la sventura di fare la stessa tratta in periodi diversi..
La mia seccatura del viaggio e’ che dopo tre o quattrocento km la Lella esterna il desiderio di andare in bagno perche’ dice che se beve deve fare sta sosta e quindi ecco che la mia media va a pallino ma perlomeno mi mette in pace col tutor.. e quindi accosto e dato che ci sono rabbocco la broda e qui scatta il fattore imbranaggio del’automobilista tipo che concepisce le aree di servizio come box indesiderato e ferma la macchina oltre la portata del tubo della pompa di un metro poi capendo che e’ troppo avanti ingrana la retromarcia e arriva a un millimetro dal vostro muso grazie alla trombata tritonale che gli avete fatto.. poi resta in attesa del benzinaio non capendo di esser nel selfservice e quindi dopo averlo minacciato di sterminio della famiglia compreso il canarino nella gabbia sul lunotto, si toglie dalle palle lasciandovi l’incombenza del pieno.. qui stendo un velo pietoso in quanto non tutti i selfservice sono istess..evito la descrizione delle disavventure tipo quella che devi inserire il bocchettone dopo aver inserito la moneta e non prima altrimenti son cazzi..tipo quella dello sbuffo che ti sputa la benza sin sulle orecchie etc etc..
Fatto il pieno dell’auto e il vuoto di Lella si riparte in mezzo a smartphonisti che parlano.
Scrivono. Postano. Cinguettano. Whatsappano. Instagrammano. che, tra una pausa e l’altra, guidano: controvoglia, pero’.
E guai a disturbarli senza contare che per uscire dall’area di servizio vengono assaliti da dubbi atroci e vivono i bivi di uscita come crocicchi esistenziali e per questo, ponderano con attenzione ogni decisione.. ci pensanobene.
Prassi che li porta ad alzare il piede dall’acceleratore e sostare nello spiazzo di fronte ai cartelli con le varie frecce di uscita e quindi ficcano anche le loro 4 frecce in attesa della decisione..
Vabbuo’..li si scarta e con una buona sgommata con fischio incorporato si rientra nel serpentone verso la meta col rischio di incappare nel solito controllista, quello che doterebbe qualsiasi mezzo, anche un triciclo, del “cruise control”, il dispositivo che permette di non superare mai
una determinata velocita’.
Sti biscari settano la loro auto a 127 km/h e non la cambiano piu’ e sono parenti di quello di cui sopra non capendo la controindicazione in caso di strada libera e quindi fungono da tappo e se c’e’ una coda dopo curva tamponano tutti, l’importante e’ non superare i limiti.
Ora il problema e’ solo nell’uscita e considerato che uso la macchina due volte all’anno non ho il telepass e non accetto che a Casalcosino non esista casellante e di fronte al pedaggio automatizzato sono smarrito e so’ gia’ che la macchinetta mi aspetta..le scritte saranno tutte tolte e i verniciatori di contrabbando avranno disegnato la Monroe in posizione che chi va a messa delle cinque e’ meglio che non veda..quindi eccomi pronto come nel mezzogiorno di fuoco..mangera’ banconota e cartellino autostradale e di fronte a calci e botte una voce dall’alto chiedera’ se ci sono problemi… quindi dopo il vaffanculo te e la macchinetta scattera’ la foto e la sbarra si alzera’..il pedaggio arrivera’ per posta e il mio viaggio e’ terminato.
Buone ferie e ci si vede (se Dio vorra’) a settembre, e fate i bravi neh.

Enrico Legno.

Piu’ che artigiano Enrico e’ un artista del legno.

Ha il potere di collegare il cervello alla manualita’ e di parlare una lingua che parla lui soltanto e che gli altri capiscono.

Non per nulla la sua mail e’ [email protected],.

Voi camminate per strada e vedete dei rami, dei sassi, degli oggetti? Lui vede gia’ un quadro.

Voi guardate un film? Lui lo traduce in quadro.

Voi raccontate una fiaba al nipotino leggendo un libro, lui la racconta col quadro.

Prendo a caso dei commenti sotto un jpg postato in facebook:

ha recensito Enricolegno5 stella

Semplicemente stupendi! Si vede proprio la passione di una persona che ci mette impegno e dedizione in ciò che realizza.. passeggiando per la Notte Bianca di Castellanza ho visto questa bancarella e sono stata rapita dalla bellezza dei sui quadri… il signor Enrico una persona molto disponibile e cortese consiglio vivamente a chi non lo conosce di fare una visita sulla sua pagina di Facebook o Instagram..

i quadri sono meravigliosi e la sua fantasia davvero da favola!?
Un vero artista!

Mizuki Rocco Koi ha recensito Enricolegno5 stella

Non fatevi prendere dalla foga di trovare per forza qualcosa in tempi celeri… Quando meno ve lo aspettate, arriva l’ispirazione, l’illuminazione, la profusione di sensi… Ho dovuto aspettare 7 anni prima di arredare con gusto quella parete bianca e vuota… ma alla fine e` arrivato un sapore “motown”… poi altri 2 anni per conoscere per caso l’artista/artigiano che lo ha creato… e scopro che ha molti altri sapori/gusti/immagini/fantasie da assaggiare/sentire/vedere/raccontare/proporre… Bravo Enrico

Nadia Margherita ha recensito Enricolegno5 stella

Finalmente qualcosa di originale, unico!!! Complimenti Sig. Enrico, verrò presto a trovarla, per portarmi a casa un tocco della sua magia! Nadia.

E che dire oltre?

Ecco alcune delle sue opere..

 

e non fa solo quadri tridimensionali,vedi queste biciclette

Riciclare e non buttare apparecchiature..

La fantasia non e’ mai troppa, basta solo andare nei mercatini di Porta Pila dove ci sono tutte le cianfrusaglie elettroniche, oppure anziche’ buttare via i vostri apparecchi telefonici, elettrici, videorgistratori. calcolatrici o ammennicoli vari

un saldatore e qualche pezzo di filo di rame smontato dai trasformatori e costruirete un robottino

oppure un astrofisico batterista telescopioso

oppure uno scacciafantasmi o verderamista di piante

insomma qualche resistenza, condensatore o trasformatore o pezzi di circuiti e il gioco e’ fatto.

Carlo Magno..Santo o Beato?


La canonizzazione di Carlomagno nel 1165 da parte dell’antipapa Pasquale III non è che un momento dello straordinario destino postumo dell’imperatore d’Occidente.

Qui si ricorderà brevemente ciò che, nella sua vita e nella sua opera, ha fornito occasione a un culto in alcune regioni cristiane.
Nato nel 742, primogenito di Pipino il Breve, gli succedette il 24 settembre 768 come sovrano d’una parte del regno dei Franchi, divenendo unico re alla morte (771) del fratello Carlomanno. Chiamato in aiuto dal papa Adriano I, scese in Italia, contro Desiderio, re dei Longobardi, nell’aprile 774.

In cambio d’una promessa di donazione di territori italiani al sommo pontefice, riceve il titolo di re dei Longobardi quando lo sconfitto Desiderio fu rinchiuso nel monastero di Corbie.

Nel 777 iniziò una serie di campagne per la sottomissione e l’evangelizzazione dei Sassoni, capeggiati da Vitichindo.

Dopo una cerimonia di Battesimo collettivo a Paderborn, la rivalsa dei vinti fu soffocata, nelle campagne del 782-85, con tremendi massacri, fra i quali quello di molte migliaia di prigionieri a Werden. Spintosi oltre i Pirenei, nella futura Marca di Spagna, Carlomagno subì nel,778 un grave rovescio a Roncisvalle.

Nelle successive discese in Italia (781 e 787) stabilì legami con l’Impero d’Oriente (fidanzamento di sua figlia Rotrude col giovane Costantino VI), e s’inserì sempre più a fondo, attraverso i missi carolingi, nella vita di Roma.

Consacrato re d’Italia e spinto a occuparsi del patrimonio temporale della Chiesa, non trascurò il suo ruolo di riformatore, continuando l’opera iniziata dal padre col concorso di S. Bonifacio. Nel 779, benché occupatissimo per le rivolte dei Sassoni, promulgò un capitolare sui beni della Chiesa e i diritti vescovili, e accentuò la sua azione riformatrice sotto l’impulso dei chierici e dei proceres ecclesiastici e, soprattutto, di Alcuino e di Teodulfo d’Orleans.
La celebre “Admonitio generalis” del 789
mostra a pieno la concezione di Carlomagno in materia di politica religiosa, richiamandosi all’esempio biblico del re Giosia per il quale il bisogno più urgente è ricondurre il popolo di Dio nelle vie del Signore, per far regnare ed esaltare la sua legge. Nascono da questa esigenza il rinascimento degli studi, la revisione del testo delle Scritture operata da Alcuino, la costituzione dell’omeliario di Paolo Diacono.
Al concilio di Francoforte del 794, Carlomagno si erge di fronte a Bisanzio come il legittimo crede degli imperatori d’Occidente, promotori di concili e guardiani della fede.

Non è un caso che i testi relativi alla disputa delle immagini (Libri Carolini), benché redatti da Alcuino o da Teodulfo, portino il nome di Carlomagno.

Pertanto, l’incoronazione imperiale del giorno di Natale dell’anno 800 non fu che il coronamento d’una politica che il papato non poté fare a meno di riconoscere, sollecitando la protezione del sovrano e accettandolo, nella persona di Leone III, come giudice delle sue controversie.

Ma Carlomagno (come mostrano le origini della disputa sul “Filioque”) estese la sua influenza fino alla Palestina.

La sua sollecitudine per il restauro delle chiese di Gerusalemme e dei luoghi santi mediante questue (prescritte in un capitolare dell’810) gli valse più tardi il titolo di primo dei crociati.

Del patronato esercitato sulla Chiesa dalla forte personalità di Carlomagno restano monumenti documentari ed encomiastici negli “Annales”, che ricordano i concili da lui presieduti, le chiese e i monasteri da lui fondati.
La vita privata di Carlomagno fu obiettivamente deplorevole.

E non si possono certo dimenticare due ripudi e molti concubinati, né i massacri giustificati dalla sola vendetta o la tolleranza per la libertà dei costumi di corte.

Non mancano, tuttavia, indizi di una sensibilità di Carlomagno per la colpa, in tempi piuttosto grossolani e corrotti.

Il suo biografo Eginardo informa che Carlomagno non apprezzava punto i giovani, sebbene li praticasse, e, per quanto la sua vita religiosa personale ci sfugga, sappiamo che egli teneva molto all’esatta osservanza dei riti liturgici che faceva celebrare, specialmente ad Aquisgrana (odierna Aachen), con sontuoso decoro.

Cosi, quando mori ad Aquisgrana il 28 gennaio 814, Carlomagno lasciò dietro di sé il ricordo di molti meriti che la posterità si incaricò di glorificare.

La valorizzazione del prestigio di Carlomagno assunse il carattere di un’operazione politica durante la lotta delle Investiture e il conflitto fra il Sacerdozio e l’Impero.

La prima cura di Ottone I, nel farsi consacrare ad Aquisgrana (962), fu quella di ripristinare la tradizione carolingia per servirsene.
Nell’anno 1000, Ottone III scopri ad Aquisgrana il corpo di Carlomagno in circostanze in cui l’immaginazione poteva facilmente sbrigliarsi. Nel sec. XI, mentre Gregorio VII scorgeva
nell’incoronazione imperiale di Carlomagno la ricompensa dei servigi da lui resi alla cristianità, gli Enriciani esaltarono il patronato esercitato dall’imperatore sulla Chiesa.

Quando l’impero divenne oggetto di competizione fra principi germanici, Federico I, invocando gli esempi della canonizzazione di Enrico II (1146), di Edoardo il Confessore (1161), di Canuto di Danimarca (1165), pretese e ottenne dall’antipapa Pasquale III la canonizzazione di Carlomagno col rito dell’elevazione agli altari (29 dic. 1165).

Egli pensò di gettare in tal modo discredito su Alessandro III, che gli rifiutava l’impero, e, insieme, sui Capetingi che lo pretendevano. E se più tardi Filippo Augusto, vincitore di Federico II a Bouvines nel 1214, si richiamò alle analoghe vittorie di Carlomagno sui Sassoni, lo stesso Federico II si fece incoronare ad Aquisgrana il 25 luglio 1215 e dispose, due giorni dopo, una solenne traslazione delle reliquie di Carlomagno. Intanto Innocenzo III, risoluto sostenitore della teoria delle “due spade”, ricordava che è il papa che eleva all’impero e dipingeva Carlomagno come uno strumento passivo della traslazione dell’impero da Oriente a Occidente.

La grande figura di Carlomagno venne piegata a interpretazioni opposte almeno fino all’elezione di Carlo V.
Ma a parte le utilizzazioni politiche contrastanti, il culto di Carlomagno appare ben radicato nella tradizione letteraria e nell’iconografia.

Il tono agiografico è già evidente nei racconti di Eginardo e del monaco di S. Gallo di poco posteriori alla morte dell’imperatore. Rabano Mauro, abate di Fulda e arcivescovo di Magonza, iscrive Carlomagno nel suo Martirologio. La leggenda di Carlomagno è soprattutto abbellita dagli aspetti missionari della sua vita.
A Gerusalemme, la chiesa di S. Maria Latina conservava il suo ricordo.

Alla fine del sec. X si credeva che l’imperatore si fosse recato in Terrasanta in pellegrinaggio. Urbano II, nel 1095, esaltava la sua memoria davanti ai primi crociati.

Nel 1100 l’avventura transpirenaica dei paladini si trasfigurò in crociata, attraverso l’interpretazione della Chanson de Roland. Ognuno ricorda la frequenza di interventi soprannaturali nelle “chansons de gestes”: Carlomagno è assistito dall’angelo Gabriele; Dio gli parla in sogno; simile a Giosué, egli arresta il sole; benché il suo esercito formicoli di chierici, benedice o assolve lui. stesso i combattenti, ecc.
Dal sec. XII al XV si moltiplicano le testimonianze di un culto effettivo di C., connesse da un lato con la fedeltà delle fondazioni carolingie alla memoria del fondatore, dall’altro con l’atteggiamento dei vescovi verso gli Staufen, principali promotori del culto imperiale.

A Strasburgo si trova un altare prima del 1175, a Osnabruck e ad Aquisgrana prima del 1200.

Nel 1215, in seguito alla consacrazione di Federico II e alle cerimonie che l’accompagnarono, si stabilirono due festività: il 28 genn. (data della morte di C.), festa solenne con ottava, e il 29 dic., festa della traslazione.

Roma rispose istituendo la festa antimperiale di S. Tommaso Becket, campione della Chiesa di fronte al potere politico; ma nel 1226 il cardinale Giovanni di Porto consacrò ufficialmente ad Aquisgrana un altare “in honorem sanctorum apostolorum et beati Karoli regis”.

A Ratisbona, il monastero di S. Emmerano e quello di S. Pietro, occupato dagli Irlandesi, adottarono, nonostante l’estraneità dell’episcopato, il culto di Carlomagno che, secondo M. Folz, si andò estendendo in un’area esagonale con densità più forti nelle regioni di Treviri, di Fulda, di Norimberga e di Lorsch. Nel 1354, Carlo IV fondò presso Magonza, nell’Ingelheim, un oratorio in onore del S. Salvatore e dei beati Venceslao e Carlomagno.

Toccato l’apogeo nel sec. XV, il culto di Carlomagno non fu abolito neppure dalla Riforma, tanto da sopravvivere fino al sec. XVIII in una prospettiva politica, presso i Febroniani.
In Francia, nel sec. XIII, una confraternita di Roncisvalle si stabilì a S. Giacomo della Boucherie. Carlo V (1364-80) fece di Carlomagno un protettore della casa di Francia alla pari di S. Luigi, e ne portò sullo scettro l’effigie con l’iscrizione
“Sanctus Karolus Magnus”. Nel 1471, Luigi XI estese a tutta la Francia la celebrazione della festa di Carlomagno il 28 genn. Nel 1478, Carlomagno fu scelto come patrono della confraternita dei messaggeri dell’università e, dal 1487, fu festeggiato come protettore degli scolari (nel collegio di Navarra si celebrò fino al 1765, il 28 genn., una Messa con panegirico).

Per queste ragioni il cardinale Lambertini, futuro Benedetto XIV, indicò nel caso di Carlomagno un tipico esempio di equivalenza fra una venerazione tradizionale e una. regolare beatificazione (De servorum Dei beatificatione, I, cap. 9, n. 4). Oggi il culto di Carlomagno si celebra solo ad Aachen, con rito doppio di prima classe, il 28 genn. con ottava; la solennità è fissata alla prima domenica dopo la festa di S. Anna.

A Metten ed a Múnster (nei Grigioni) il culto è “tollerato” per indulto della S. Congregazione dei Riti. 

Andate a votare e non fate come la pensa Stefano..

Carlo Magno che lingua parlava?

Premessa: l’eredità classica

Il mondo classico ha esplorato vastissimi campi del sapere, sia in quelle che oggi chiamiamo

scienze umane, sia nelle scienze naturali e nelle scienze esatte.

C’è però una grossa lacuna, relativa alla linguistica.

Per i greci l’unico interesse di tipo linguistico era la grammatica e storia della lingua greca;

per i romani, grammatica e storia della lingua latina. Non si sono mai occupati

scientificamente e con sistematicità delle lingue dei “barbari”.

In quella che chiamiamo “età classica”, per noi la Grecia è il centro del mondo. Da un punto di

vista storico più complessivo, la Grecia era la periferia dell’Impero Persiano.

E gran parte delle informazioni che noi possediamo su quella grande civiltà ci vengono appunto dalle opere degli storici e dei geografi greci. Moltissimi Greci, nell’età classica, e poi nell’età ellenistica, avevano necessariamente una pratica quotidiana con le diverse lingue di quell’immenso

mosaico di popoli.

Ma il mondo greco non ci ha lasciato nessuna grammatica del fenicio, dell’aramaico, dell’egiziano.

Così, i Romani nel corso della storia hanno dovuto comunicare con popoli diversissimi, ma non ci hanno lasciato una grammatica della lingua dei Sanniti, o dei Galli.

Meno che mai, ovviamente, l’antichità classica ha riflettuto sulle somiglianze e le differenze fra le diverse lingue, se non per confronti episodici fra vocaboli dal suono simile.

Fa eccezione a quanto detto prima l’imperatore Claudio, che aveva studiato approfonditamente la cultura e (forse) la lingua degli Etruschi, e aveva condensato le sue ricerche in un libro dal titolo Thyrrenica.

Purtroppo quest’opera non c’è arrivato nulla; è forse

scomparsa immediatamente dopo la morte dell’autore, quando, su impulso del saggio Seneca, le migliori menti dell’aristocrazia romana si esaltavano per l’illuminato regno del giovane.

Nerone, e gli studi eruditi del malmostoso Claudio venivano derisi come la bizzarria di un vecchio pazzo.

È anche importante, in età cristiana, l’opera dei missionari, per i quali l’incontro con lingue diverse doveva essere un tema di costante e profonda riflessione.

Quando il vescovo Wulfila, lui stesso mezzo goto e mezzo greco, tradusse le Sacre Scritture dal greco nella lingua dei

Goti, dovette per prima cosa escogitare un nuovo alfabeto, aggiungendo alle lettere greche segni necessari per esprimere i suoni di una lingua germanica; e questo deve aver richiesto lunghe riflessioni sulla fonologia delle due lingue.

L’esigenza di tradurre il più possibile alla lettera il testo biblico imponeva di sviluppare l’embrione di un’analisi comparata della grammatica e della sintassi delle due lingue. Di queste riflessioni non sappiamo nulla, essendoci arrivato soltanto il risultato finale, cioè la traduzione; per di più, un testo che non sembra essere stato conosciuto al di fuori del gruppo etnico a cui era destinato.

Quando si arriva a quel gran rimescolamento etnico e linguistico che è l’Alto Medioevo, noi vorremmo essere informati su tante cose.

Per esempio la struttura delle lingue germaniche, i

loro caratteri comuni, le loro differenze, le loro reciproche influenze, la loro evoluzione.

Vorremmo sapere qualcosa sull’origine delle lingue romanze, e sapere quando la lingua

parlata comincia a differenziarsi dalla lingua scritta al punto tale che non si può più parlare di due varianti della stessa lingua, ma di due lingue diverse.

A domande di questo genere è sempre molto difficile dare una risposta.

Gli autori del tempo non avevano neanche gli strumenti culturali per formulare quella domanda. Essi

conoscevano sicuramente, oltre al latino scritto che maneggiavano più o meno bene, almeno una, e spesso più di una, delle lingue parlate; e Romani e Germani dovevano pur comunicare fra di loro.

Ma non avevano ricevuto dal passato le parole, i concetti per dare una descrizione di quelle lingue e dei rapporti fra di esse.

Per tutto il medioevo, la parola “grammatica” significa quel codice particolare che serve a comprendere la “lingua dei libri”.

Il massimo di competenza linguistica che si poteva avere

all’epoca era la conoscenza di Elio Donato.

Non solo era inconcepibile l’idea di una grammatica di una lingua diversa, ma ancora Dante è convinto che la gramatica, cioè la lingua latina formalmente definita, sia una costruzione artificiale, nata esclusivamente per lo scritto, e che gli stessi Romani parlassero in realtà diverse forme di “volgare” non molto dissimili dalla lingua dei suoi tempi.

Il valore normativo della “grammatica” consiste nel suo

essere un codice che trascende le circostanze di tempo e di spazio, permettendo quindi la comunicazione in un ambito universale.

Non è la descrizione di una lingua effettivamente usata in un certo contesto storico. (De Vulgari Eloquentia I, 1, 2 e I, 9, 11)

1. Eginardo e la Vita Karoli

Eginardo (ca. 775-840) apparteneva all’alta aristocrazia franca. Era nato in una località non precisata del Maingau, la bassa valle del Meno, nel cuore di quello che di lì a poco avrebbe costituito il Ducato franco.

Ancora giovinetto venne mandato a studiare nel monastero di Fulda, dove manifestò subito grandi doti intellettuali, tanto che dopo pochi anni, intorno al 792-794, l’abate Baugulfo lo mandò a perfezionarsi alla corte di Aquisgrana.

Qui Alcuino di York lo prese sotto la sua custodia, e lo introdusse nel più avanzato ambiente intellettuale

dell’epoca.

Fu in stretta relazione con il sovrano, e poiché possedeva una copia di Vitruvio veniva considerato esperto di architettura, tanto che gli fu chiesto di occuparsi, non si sa in cheveste, della costruzione e della decorazione del Palazzo di Aquisgrana e della Cappella Palatina.

Dopo la morte di Carlo passò al servizio di Ludovico il Pio, ricevendone in cambio il governo di diverse abbazie, nonostante fosse un laico ed avesse una moglie di nome Emma.

Si distaccò dalla corte imperiale nell’829, nel pieno dei conflitti fra i pretendenti alla successione.

Passò gli ultimi anni nell’abbazia di Selingenstadt, dove aveva trasferito le reliquie dei martiri Marcellino e Pietro prelevandoli di persona dalle catacombe romane.

Scrisse la Vita Karoli intorno all’828~830 (tale datazione non e’ accettata da tutti gli studiosi).

Era un uomo di grande e raffinata cultura; giusto all’inizio della sua biografia colloca una citazione dalle Tusculane di Cicerone, tanto perché il lettore sappia con chi ha a che fare.

La sua opera segue il modello delle biografie classiche, soprattutto la Vita di Augusto di Svetonio: prima la narrazione dei fatti, in seguito la descrizione del personaggio in tutti i suoi aspetti piu’ rilevanti.

Eppure si definisce barbarus, et in Romana locutione perparum exercitatus (“barbaro, e modestissimo conoscitore della lingua latina”) (Pref.).

In queste parole c’e’ sicuramente affettazione di modestia; ma io sospetto anche la consapevolezza di una irriducibile diversità: non basta essere un raffinato latinista per diventare un Romano.

E forse non ci teneva neppure.

Dal punto di vista strettamente storico, la narrazione è precisa, ma molto stringata: la prima parte si riduce ad un lungo elenco di guerre, seguite dall’immancabile vittoria, dovuta all’accortezza, all’energia, alla costanza e all’abilità strategica del sovrano.

Anche la narrazione dell’incoronazione imperiale, evento per noi centrale, è estremamente succinta.

Eginardo mette in risalto la sorpresa di Carlo, che non era stato preavvisato da papa Leone della cerimonia, e il suo disappunto per aver accettato un titolo che avrebbe potuto portargli seccature, soprattutto nei rapporti con l’Impero d’Oriente.

Molto più approfondita l’analisi del carattere, delle abitudini, degli interessi e dei disegni dell’Imperatore. 

Qui emergono i tratti di un vero progetto culturale, religioso e politico di grande coerenza e lungimiranza, anche se rimasto in gran parte incompiuto. 

Naturalmente è

difficile stabilire quanto ciò appartenga effettivamente alla lucida volontà di Carlo, e quanto invece sia la proiezione di una visione dell’autore, che cerca forse di ottenere un

riconoscimento postumo ad un progetto che vedeva non completato dal suo personaggio, e poi del tutto abbandonato dai successori.

2. Regnare senza saper né leggere né scrivere

Nonostante la vastità degli interessi e dei progetti culturali che Eginardo attribuisce a Carlo,

l’imperatore era quasi del tutto analfabeta

Pativa evidentemente di questa limitazione, e poiché soffriva di insonnia, teneva sotto il cuscino (secondo altri autori: accanto al letto) tabulas… et codicellos (“tavolette e fogli”) su cui si esercitava litteris effigiendis (“a tracciare

le lettere”); con scarso successo, però, poiché si era messo in quest’impresa tardi, e la praticavasenza sistematicità. (Cap. 25)

S’è voluto sostenere che Carlo, nonostante questa difficoltà, fosse capace di leggere

Ed effettivamente sono possibili condizioni di alfabetizzazione parziale, per cui un soggetto, in difficoltà con l’espressione scritta, riesce però a decifrare i segni tracciati da altri, ed a leggere alcune parole: come Renzo Tramaglino, che nella bottega dell’avvocato si sforza di seguire sulla carta, con lo sguardo, le parole della grida declamate ad alta voce dal dottore. 

È molto difficile però che Carlo fosse in grado di leggere autonomamente un libro, né mai Eginardo ce lo mostra in quest’attività. 

Dirò più avanti qualcosa a proposito della “lettura” nell’Alto

Medioevo, qui vorrei richiamare un altro passo. Carlo era molto devoto, partecipava più volte al giorno alle funzioni religiose, che erano qualcosa di molto diverso dalla Messa come la intendiamo oggi. 

L’“ufficio” consisteva nella lettura di lunghe preghiere in latino, e soprattutto del Salterio su un tono di canto (salmodia). 

Carlo curava l’arredo delle chiese, la ricchezza dei paramenti sacri ecc., e “si occupò anche moltissimo di correggere la maniera di leggere e di salmodiare. 

Era molto esperto in ambedue le cose, quantunque non leggesse in pubblico e non cantasse se non a bassa voce e in coro con gli altri”. 

(Legendi atque psallendi disciplinam diligentissime emendauit. Erat enim utriusque admodum eruditus,

quamquam ipse nec publice legeret nec nisi submissim et in commune cantaret. (Cap. 26)

Un tale silenzio non derivava certo da timidezza, né da incertezza nella parola (Eginardo lo definisce scherzosamente dicaculus, “persin troppo pronto alla battuta”). Evidentemente sintrattava di mancanza di famigliarità con la parola scritta. Il Re dei Franchi, così attento al fasto e al decoro della liturgia, si trovava all’atto pratico in una condizione non molto dissimile da quella dei poveri conversi, i quali, a parte qualche preghiera in latino imparata a memoria, e una lunga assuefazione a osservare e imitare gesti e parole dei chierici, durante l’ufficio potevano solo stare a capo chino, e biascicare qualche parola a bassa voce, sperando che nessuno si accorgesse dei loro strafalcioni.

La cultura di Carlo, pur essendo notevole, secondo gli standard dell’epoca, non solo a paragone della quasi totalità dei laici, ma anche di buona parte degli ecclesiastici, viveva

ancora tutta nell’oralità, e interamente orale era la conversazione con i grandi intellettuali che frequentavano la sua corte.

A volte Eginardo usa anche il termine scripsit (“scrisse”) (Cap. 29) riferito a Carlo, ma il senso della frase non è molto dissimile da quando si dice che un certo sovrano “edificò” una chiesa, un castello, una città…

3. La lingua di Carlo

3.1. La lingua dei Franchi…

Qui ci inoltriamo in un terreno minato. Non perché sia difficile stabilire quale fosse la lingua materna – anzi: il patrius sermo – del re, quanto perché si scontrano da mille anni opposti nazionalismi

Fin dall’età degli Ottoni i tedeschi dicono che Carlo era tedesco, i Francesi dicono che Carlo era francese – per non essere da meno, i Belgi dicono che Carlo era belga.

Come spesso in questi casi, sbagliano tutti. Germania e Francia (e Belgio), intese come le nazioni che conosciamo oggi, al tempo di Carlo non esistevano ancora. Carlo era re dei Franchi, un popolo di stirpe germanica che dalla zona di più antica occupazione, la valle del Reno, si espandeva in tutte le direzioni: verso la Gallia di nord-ovest, dove Siagrio alla fine del V secolo aveva mantenuto in vita l’ultimo frammento di dominio romano non sotto

controllo germanico; verso sud-ovest, i Pirenei baschi, e l’Aquitania visigotica; verso sud, la terra dei Burgundi, e subito dopo l’Italia longobarda e bizantina; verso l’est già civilizzato dei Bavari, degli Svevi, degli Alamanni, dei Turingi, e poi l’immenso mondo selvaggio dei

barbari Sassoni; verso il nord dei Frisoni, dei Danesi, dei Normanni

Lo sforzo di Carlo fu quello di unificare tutto quel mondo in un grande Regno, poi in un Impero emulo di quello di

Costantinopoli. 

Poco dopo la morte dell’imperatore questo sogno finì nel disastro delle lotte per la successione; e la divisione del Regno franco in due grossi tronconi, Francia e

Germania, è il segno più clamoroso di questo fallimento.

Oggi gli storici francesi traducono il termine Francia, riferito alla patria di Carlo, conFrancie”, per distinguerlo da “France” che è invece la nazione moderna.

Carlo era il re dei Franchi, ed il suo patrius sermo era ovviamente la lingua dei Franchi.

Il franco era una lingua germanica, ma questo non significa che Carlo fosse un “tedesco”. 

Se per “lingua tedesca” e “lingua francese” intendiamo idiomi con una loro precisa identità ed omogeneità, che definiscono due grandi nazionalità europee, questo alla fine dell’VIII secolo è ancora un anacronismo.

Non abbiamo molti documenti della lingua dei Franchi di quell’epoca; sappiamo però che apparteneva al gruppo del “basso” tedesco (Plattdeutsch), mentre il tedesco moderno

appartiene al gruppo “alto”, caratterizzato dalla seconda rotazione consonantica, per intenderci quel fenomeno per cui in inglese si dice three, apple, (to) do, in tedesco drei, Apfel, tun, mentre in italiano le coppie banca / panca, balla / palla segnalano due diverse influenze germaniche.

Nei testi dell’epoca – ma non nella Vita di Eginardo –troviamo il termine theotiscus (da cui in seguito si ebbero sia “tedesco” sia “Deutsch”), che esprime la consapevolezza di una certa affinità fra diverse lingue; ma si tratta all’epoca di un insieme molto vario e molto variabile, senza confini certi. Non è una definizione “linguistica” nel senso in cui la intendiamo noi. 

È la definizione di un “ambito” etnico che si riconosce per la sua estraneità d’origine rispetto a quello “romano”, senza avere ancora raggiunto una propria identità precisa.

Eginardo usa invece i termini Germania e Germani, che non dimentichiamolo, erano nomi dati dai Romani, non termini che usavano i Germani per indicare sé stessi. Li usa quasi sempre per indicare l’ambito etnico-geografico della Germania come la intendevano gli autori romani, il mondo ad est del Reno e a nord del Danubio; a volte però con una

connnotazione di estraneità. 

Nel Cap. 7 usa il termine Germania in contrapposizione al

mondo dei Franchi, per indicare l’area orientale abitata dai Sassoni, dove Carlo dovette

penare a lungo per portare, col ferro, col fuoco e con le deportazioni di massa, quei selvaggi all’obbedienza della sua legge ed alla fede cristiana; ed è di nuovo la Germania, questa volta la Turingia, l’ambiente in cui matura la congiura di Hardrad per scalzare il re. 

(Cap. 20) 3.2. … e le lingue degli altri

Carlo conosceva anche le lingue degli altri, dei peregrini, cioè degli “stranieri” – stranieri ovviamente rispetto al mondo franco (Cap. 25).

Conosceva la lingua latina: naturalmente, poiché la sua era una cultura orale, conosceva il latino parlato, cioè la lingua parlata dai popoli di tradizione romana (o “gallo-romana”, come amano dire gli studiosi francesi).

Col senno del poi, noi diciamo che si trattava dell’embrione delle moderne lingue romanze.

Forzando un po’ il testo, possiamo anche dire che si trattava dell’embrione della lingua francese; ma Eginardo non ce lo dice, dice solo che in quella lingua latina sapeva orare quasi

altrettanto bene che nella sua lingua patria

Qui gli studiosi si sono scervellati per capire che cosa significhi quest’orare, se “pregare”, oppure “pronunciare discorsi”, oppure banalmenteconversare”. 

Di una cosa siamo certi: non si tratta né di “leggere”, né di “scrivere”: poiché queste erano arti che Carlo non conosceva, in nessuna lingua. 

Le due lingue, quella “latina” e quella “patria”, sono collocate in questo passo esattamente sullo stesso piano; non è

possibile che si indichi con un termine una lingua scritta, con l’altra una lingua parlata.

Capiva qualcosa anche della lingua greca, anche se la parlava stentatamente.

Fino all’incoronazione imperiale di Carlo, almeno nominalmente Roma era inserita nell’Impero bizantino. Inoltre, anche se la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli erano per tanti versi ormai lontane, non si era ancora ufficialmente consumato il grande Scisma. 

Le due capitali erano in stretta relazione, e gli esponenti più di rilievo della gerarchia cattolica dovevano avere contatti più o meno costanti con i loro omologhi orientali. 

La tumultuosa espansione islamica non aveva ancora del tutto cancellato l’importanza del greco nelle relazioni internazionali, in campo politico, come in quello religioso e commerciale.

Naturalmente per il greco vale lo stesso discorso del latino: alla lingua dei libri si affiancava ormai una lingua parlata, l’embrione di quella δημοτικὴ γλῶσσα (“lingua del popolo”) che non aveva ancora uno statuto ufficiale, anzi, formalmente non esisteva, poiché era considerata

solo una diversa modalità di espressione di quella stessa lingua che era alla base della vita dello Stato e della Chiesa d’Oriente; ma che sicuramente tutti parlavano, indipendentemente dalla loro maggiore o minore competenza nella lingua scritta. 

Anche nel mondo greco il ceto colto viveva ormai in una sostanziale diglossia, ove tutti parlavano più o meno allo stesso modo, e solo una minoranza colta usava, nello scritto, e in situazioni ufficiali forse anche nel parlato, la lingua antica.

In Occidente ostentare una qualche conoscenza, anche di ripiego, della lingua di quell’altro Impero, per il ceto dominante era un obbligo sociale; e non se ne esime neppure Eginardo, il quale inserisce nella sua Vita una frasetta in greco, tanto per dimostrare di essere membro di

quel club (Cap. 16).

Invece Eginardo non ci dice assolutamente niente della competenza di Carlo nelle altre lingue germaniche

Qual era il livello di mutua comprensione fra i diversi gruppi etnici? In che lingua parlava con quella moglie longobarda di cui non sappiamo neppure il nome, e che il Manzoni chiama poeticamente Ermengarda? 

In che lingua parlava con i Visigoti (fino a che punto romanizzati?) d’Aquitania? 

Con i Normanni? 

Con i selvaggi Sassoni della Germania?

Col Sassone – ma non Germano – Alcuino? Con quei Turingi franchizzati (ma fino a che punto?) che avevano cercato di scalzarlo? 

Su queste cose possiamo solo formulare ipotesi.

Nel Cap. 15 c’è infine un’indicazione molto generica sulle popolazioni barbaras ac feras  (“barbare e selvagge”) che abitano la Germania inter Rhenum ac Visulam fluuios

oceanumque ac Danubium (“fra il Reno, la Vistola, l’Oceano e il Danubio”) e che sono lingua quidem poene similes, moribus uero atque habitu ualde dissimiles “quasi simili per

lingua, ma assai dissimili per costumi e modi di vita”). 

Si tratta di popolazioni slave, la cui presenza a est del mondo germanico segna un confine, geograficamente molto fluido (“fra il Reno e la Vistola” è indicazione decisamente troppo ampia), ma linguisticamente benmarcato. 

Alla definizione di Germania che era stata ereditata dall’età classica, un’area separata dal mondo romano lungo le valli del Reno e del Danubio, ora si può trovare un limite orientale.

4. Lettura e lettori

4.1. I libri

Per noi oggi leggere è un’operazione a cui siamo stati abituati fin da bambini, e che, con maggiore o minore competenza, esercitiamo quasi inconsapevolmente. 

Anche fuori dal mondo dei libri, ovunque giriamo lo sguardo ci troviamo di fronte ad una selva di parole scritte:

etichette nel supermercato, cartelli stradali, firme di grandi sarti sulle mutande. 

Perfino il telefono, nato per trasmettere a distanza la voce, è diventato per i più uno strumento usato prevalentemente per comunicare mesaggi scritti.

Per noi leggere un libro in una lingua diversa dalla nostra, per esempio un libro in latino, presuppone la conoscenza della struttura e del lessico di quella lingua. 

Non è una cosa semplice, certo: quelli che hanno fatto un liceo si pavoneggiano come fossero dei grandi latinisti, anche se ben pochi di loro sono effettivamente capaci di comprendere un testo relativamente semplice. Ma una volta padroneggiata questa disciplina, si apre immediatamente

un immenso campo di conoscenze.

Nell’alto medioevo le cose erano più complicate.

La scrittura era un fatto eccezionale. 

Il materiale su cui scrivere, la pergamena, era molto raro

e costoso; per questo si cercavano dei sostituti più economici, per esempio le tavolette in legno

già note nell’antichità. 

Un libro era un bene rarissimo, e quasi sempre difficilmente

decifrabile.

I codici miniati che ammiriamo nelle vetrine dei musei, nei libri d’arte, erano come quadri di grandi autori, beni la cui rarità e il cui valore artistico era infinitamente superiore alla loro utilità come veicoli di parole. 

Si ricercavano quindi scritture più economiche, fatte su

materiale spesso raccogliticcio: vediamo atti notarili o pubblici scritti su pezzi di pelle dalla forma irregolare, con lacerazioni a volte malamente ricucite. Era normale l’uso di raschiare pazientemente vecchie scritture per ottenere del materiale riutilizzabile. 

E su questo materiale così irregolare, si scriveva a mano, con grafie varie e spesso assai irregolari. 

Ai tempi di Carlo comincia a diffondersi l’uso di nuovi caratteri, noti come “minuscola carolina”, da cui derivano le scritture che usiamo oggi, sia nel “corsivo” sia nello “stampatello”. 

Ma la gran parte dei testi scritti doveva ancora mostrare quel guazzabuglio di zampe di gallina che si chiama all’ingrosso “scrittura merovingia” o “merovingica”: una grafia intricata di legature e abbreviazioni, per di più assai diversa da una cancelleria all’altra, da uno scriptorium all’altro. Soprattutto, la punteggiatura era quasi sempre scarsa, largamente arbitraria; molto spesso del tutto assente.

La lettura di questi testi era molto difficile; occorreva riconoscere le singole lettere, separare le parole, sciogliere le abbreviazioni, ricomporre la struttura della frase e dare ad essa la giusta intonazione, per comprendere i legami sintattici. 

E l’unico modo per farlo era la lettura ad alta voce

Oggi leggere compitando poco per volta sillaba dopo sillaba, parola dopo parola, è il segno inequivocabile di quasi totale analfabetismo, o di grave dislessia. 

Allora era l’unica pratica conosciuta; e come nell’età classica e postclassica, la lettura silenziosa era un’abilità eccezionale, quasi miracolosa, che suscitava meraviglia.

Insomma, l’uso universale di una lingua già molto diversa dalla lingua parlata non era l’unico ostacolo, e forse neanche il più grosso.

Anche nell’ambiente ecclesiastico, solo una minoranza possedeva alcuni libri, o aveva accesso

a qualche biblioteca.

E l’apprendimento della lettura richiedeva grande applicazione e capacità, uno studio di anni.

4.2. Lettura e devozione

Adesso a noi pare ovvio dire che gli ecclesiastici, almeno lo strato più colto, avessero famigliarità con la lettura. 

Ma dobbiamo porci in un clima culturale completamente diverso.

Per noi la lettura di un libro – che è sempre lettura silenziosa – ha come fine la conoscenza del contenuto di qusto libro; anche se si tratta di libro d’evasione, di un leggero romanzetto, è un’esperienza intellettuale che richiede un minimo di esame critico e giudizio analitico.

Nel mondo ecclesistico dell’Alto Medioevo la lettura è essenzialmente un atto di devozione, che si tratti di lettura delle Sacre Scritture, di vite dei santi, o materiale consimile.

Nella lectio divina, la lettura della Sacra Scrittura, la prima finalità non è comprendere il testo, ma lasciarsi compenetrare dalla Parola di Dio. 

La lettura è un’esperienza mistica, di totale abbandono. Come in molte altre religioni, la lettura richiede una particolare intonazione, detta salmodia, che trasforma la parola in puro suono. 

La lettura coinvolge l’intera persona del lettore, non solo la mente e la voce, ma tutti gli organi della respirazione e

della fonazione, con uno sforzo fisico costante. 

Nella bocca del lettore, la parola viene ruminata, si diceva, per diventare vita e movimento dell’anima e di tutto il corpo. Questa pratica, esercitata per anni, portava ovviamente anche ad imparare a memoria vaste sezioni della Bibbia. 

La lettura quotidiana del Salterio era codificata da precise norme comprese nelle Regole, che prescrivevano quali Salmi leggere, a seconda delle ore del giorno e delle stagioni dell’anno; a questi molte congregazioni aggiungevano letture supplementari,supererogatorie”, che portavano il tempo di lettura ad assorbire quasi del tutto le energie del

monaco.

Nello stesso mondo ecclesiastico, “lettura e comprensione”, come si richiede da noi fin dall’apprendimento elementare, era un punto d’arrivo riservato a pochissimi grandi ingegni.

Di conseguenza, come in tutte le società antiche, la pratica della parola e della memoria aveva una diffusione, un’importanza e una potenza per noi impensabili. Importantissime questioni di ordine pratico, politico, giuridico, religioso, letterario ecc. venivano discusse fra

esperti riuniti in un consesso, secondo rituali consolidati. Enormi quantità di nozioni, complicatissime narrazioni, lunghissime composizioni poetiche venivano ritenute a memoria, e trasmesse anche per secoli attraverso l’esposizione / narrazione / recitazione di fronte ad un

pubblico attentissimo e pronto ad imparare tutto a memoria, parola per parola; ma anche a riprendere l’oratore / narratore / cantore, se commetteva il minimo sbaglio rispetto ad un contenuto che era già di dominio pubblico.

4.3. Dal libro alla parola

Carlo seppe circondarsi di personaggi di grandissimo valore intellettuale, fra cui lo stesso Eginardo è uno dei più rappresentativi. 

Con la loro collaborazione riuscì a concepire un progetto politico e culturale di altissimo livello, forse troppo avanzato per l’epoca, tanto che dopo la sua morte fu in parte abbandonato, per essere ripreso secoli dopo, in altri modi e da altri soggetti.

Di questo pool di intellettuali però Eginardo cita solo due nomi: uno è Pietro da Pisa, l’altro il già ricordato Alcuino. (Cap. 25)

Sicuramente Alcuino era il personaggio più prestigioso, quello a cui tutti guardavano come un maestro. 

Versato in quasi tutte le scienze, ebbe un ruolo decisivo nella “rinascenza carolingia”, nella riforma del clero e nell’alfabetizzazione dell’aristocrazia franca.

Il giovane Eginardo, arrivato alla corte regia quando aveva forse una ventina d’anni, ebbe subito con lui un rapporto quasi filiale. 

I membri della schola palatina si riconoscevano in uno pseudonimo un po’ scherzoso, che indicava una loro

caratteristica specifica. 

Alcuino aveva scelto per sé quello di Flaccus, che è il terzo nome del poeta Orazio; scherzando sulla piccola statura di Eginardo, lo chiamava nardulus “fiorellino profumato”, e, con allusione alle sue competenze tecniche, Beseleel, dal nome dell’artigiano costruttore dell’Arca e di altri arredi del Tempio.

Pietro da Pisa, all’epoca già senex, “vecchio”, veniva considerato un grande grammatico; di lui ci sono rimaste diverse operette, fra cui Quaestiunculae in forma di domanda e di risposta su diversi argomenti grammaticali, e una Ars Petri che commenta Elio Donato e altri grammatici latini.

Quale può essere stato il rapporto fra questi personaggi e Carlo? A parte gli incarichi ufficiali, Eginardo parla di una frequentazione assidua, di un vero e proprio

insegnamento impartito daquesti e dagli altri grandi sapienti al sovrano, anche se, ovviamente, in modo non sistematico e

formalizzato, ma durante lunghe libere conversazioni, spesso a pranzo, come aveva già anticipato nel Cap. 24, a volte addirittura nel bagno, tutti immersi nei “tiepidi lavacri

d’Aquisgrana”. 

In queste conversazioni Carlo riceve una vasta, anche se sicuramente non sistematica, istruzione nelle “arti liberali”: grammatica, retorica, dialettica, astronomia e matematica.

Ma come si fa ad insegnare queste discipline ad un analfabeta, per di più costantemente impegnato nei gravosi compiti di amministrazione del regno, e che in tutte le ore del giorno, a volte anche della notte, dà udienza a una folla di funzionari per affrontare grandi o piccole questioni e dirimere controversie?

Carlo durante il pranzo amava udire qualche acroama o qualche lettore

Per quanto riguarda il primo termine, di origine greca e di significato quanto mai vario, forse non andiamo troppo

distante dal vero parlando di una qualche forma di intrattenimento di pura evasione. 

Per quanto riguarda invece la lettura, invece, Eginardo ci dà informazioni più precise. 

Ci parla di non meglio precisate storie degli antichi, campo invero assai ampio e vario, e qualche lettura decisamente più impegnativa, fra cui le opere di Sant’Agostino e soprattutto La città di Dio.

Quest’ultima informazione, data in modo netto e preciso, pone dei grossi problemi. 

Di sicuro non si trattava della lettura integrale del testo latino. 

Ed è anche difficile che si trattasse di una traduzione più o meno letterale. 

La città di Dio è un’opera di notevole mole, che contiene

un’analisi molto puntuale, diciamo pure a volte minuziosamente pedantesca, di innumerevoli questioni relative alle letterature classiche, alla filosofia, soprattutto platonica e neoplatonica, alle Sacre Scritture. 

È un’opera che il lettore moderno non può affrontare senza una solida preparazione letteraria e filosofica, ed anche in questo caso necessiterà di un buon apparato di note. 

Difficile immaginare un’esposizione di questo genere a tavola, mentre il maestoso ascoltatore mangia con gusto grandi quantità di selvaggina arrostita.

Il “lettore” (non sappiamo quale dei saggi della Schola Palatina si assumesse questo gravoso compito) più che un semplice lettore, più che traduttore, ed anche più che commentatore,doveva essere un autentico “mediatore culturale”, capace di trasporre le categorie della

cultura classica di cui Agostino era imbevuto, nel mondo, da questa lontanissimo, di Carlo.

Il compito di presentare le basi della grammatica a Carlo ricadeva soprattutto sulle spalle di Pietro da Pisa.

L’insegnamento della grammatica, ovviamente latina, presupponeva già una certa conoscenza della lingua; essa si basava fondamentalmente sull’opera degli autori antichi, fra cui soprattutto Elio Donato, la cui Ars Minor esponeva quella dottrina che tutti noi abbiamo conosciuto alla scuola dell’obbligo come “analisi grammaticale”: che cos’è il nome, il

pronome, il verbo… L’utilità pratica di questo insegnamento, impartito ad un analfabeta, la cui lingua madre era il franco, e che se la cavava sì bene con il “latino” parlato, ma non era

mai riuscito a raggiungere la capacità di praticare autonomamente la lettura e la scrittura, doveva essere modestissima. 

Poteva servire a stimolare la sua curiosità, a soddisfare il suo

compiacimento per essere riuscito a far venire al proprio servizio uomini famosi nel mondo per cultura e saggezza, a comprendere un po’ meglio il senso delle lunghissime e ripetitive celebrazioni religiose, campo in cui abbiamo visto che non voleva mostrarsi impreparato. 

Gli forniva forse un po’ di terminologia “colta” da inserire con noncuranza nei contatti con gli ambasciatori stranieri, con i grandi ecclesiastici, con i principi e i re del mondo, per far vedere come anche un sovrano “barbaro” con capelli lunghi baffi e pantaloni poteva all’occorrenza tenere testa ai “romani” con la loro clamide, la loro faccia sbarbata e il loro parlare forbito.

Poteva soprattutto fargli intravvedere, per quanto in modo molto sfocato, la prospettiva di un potere imperiale che un giorno si sarebbe imposto al mondo non solo con la forza delle armi, ma con il prestigio delle lettere e delle leggi.

Restiamo in ammirazione di fonte a questo gruppo di intellettuali che riescono a fare da ponte tra due mondi culturali ancora lontanissimi, sia dal punto di vista concettuale, sia soprattutto da quello delle modalità di comunicazione. Con un enorme sforzo da entrambe le parti, il più grande degli illetterati, e i più dotti fra i letterati, riescono ad incontrarsi, a intrecciare i codici, a stabilire un dialogo ricchissimo di frutti non solo per loro, ma per tutta l’Europa.

Naturalmente anche Carlo, come Renzo Tramaglino, volle che almeno i figli imparassero

quella “birberia” del leggere e dello scrivere.

5. La lingua del re e la lingua del regno

5.1. Dalla parola al libro

Informazioni interessantissime vengono dal Cap. 29, in modo apparentemente casuale e frammentario.

Carlo fece raccogliere e mettere per scritto le “leggi”, fino a quel tempo trasmesse solo oralmente, dei due gruppi principali che componevano il popolo dei Franchi (non

vengono nominati, ma si tratta dei Salii e dei Ripuarii); e cercò di integrarle e completarle (queste integrazioni sono comprese nei Capitolari n. 39 e n. 41 raccolti nei

Monumenta Germaniae Historica). 

Fece raccogliere anche le leggi degli altri popoli;

raccolte che ci sono arrivate in diverse redazioni.

Fece raccogliere, mettere per iscritto, e lui stesso imparò a memoria, antiquissima carmina (“canti antichissimi”) delle vicende e delle guerre dei Franchi – di questi canti

purtroppo non è rimasto nulla.

Inchoauit et grammaticam patrii sermonis (“cominciò anche una grammatica della lingua patria”); di quest’iniziativa non abbiamo nessun’altra notizia.

Tradusse nella propria lingua i nomi dei mesi e dei venti, cioè dei punti cardinali: così Ianuarius diventava wintarmanoth “mese d’inverno”, septentrio diventava nordroni wintvento del nord” ecc.

Tutte queste iniziative hanno in comune il passaggio dalla cultura orale alla cultura scritta.

Per quanto riguarda la raccolta e la redazione delle leggi tradizionali, si tratta di un lavoro che era già iniziato parecchio tempo prima e durò secoli, in tutta l’area germanica: dal Codex Euricianus (“Codice di Eurico”) che intorno al 470 raccolse il diritto visigotico, fino al

Sachsenspiegel (“Specchio Sassone”) del 1220~1230 ca., che a differenza dei precedenti è redatto in tedesco e non in latino. 

Anche le raccolte di Carlo sono in latino, con l’inserimento

di vocaboli in lingua germanica per indicare istituzioni specifiche. 

Eginardo dice che Carlo si dedicò a quest’opera post susceptum imperiale nomen “dopo aver assunto il titolo imperiale”;questa non è un’indicazione cronologica precisa,  piuttosto l’affermazione di uno stretto legame fra la ricerca del diritto tradizionale, la sua integrazione alla luce delle nuove esigenze di governo, e la costruzione di un nuovo Stato.

Non essendoci arrivato nulla degli antiquissima carmina, non sappiamo con certezza neanche in quale lingua fossero redatti, ma se dopo averli fatti scrivere (scripsit) Carlo li imparò a memoria (memoria mandavit) possiamo supporre che fossero riportati nella lingua originale, cioè nel patrius sermo del Re.

Saltiamo all’ultimo punto, i nomi dei mesi e dei venti. Lasciando l’interpretazione dei nomi ai

germanisti, si può osservare che in tutte le epoche antiche il calendario è sempre stato di competenza della massima autorità religiosa

A Roma era il collegio dei pontefici che stabiliva volta per volta la durata dei mesi; Cesare introdusse la sua riforma avendo assunto la carica di pontifex maximus, e sempre come pontifex maximus Costantino sancì la definizione

della data della Pasqua elaborata dal Concilio di Nicea; infine, il calendario che usiamo oggi prende il nome da papa Gregorio XIII. 

Tutti hanno fatto notare la curiosa analogia tra il calendario carolingio e quello rivoluzionario, adottato in Francia quasi mille anni dopo. 

A parte l’idea di dare nuovi nomi ai mesi, la grande

innovazione del 1793 fu il primo calendario adottato su iniziativa di un potere civile; e quello di Carlo anticipa, in un certo qual modo, quest’innovazione.

Quanto alla rosa dei venti, Eginardo ci dice che fino a quel momento i Franchi avevano solo quattro punti cardinali; l’innovazione non riguarda solo la lingua, si cerca di adottare

un’organizzazione dello spazio geografico ed astronomico su dodici direzioni diverse, secondo il modello consolidato della cultura classica.

Passiamo ora alla grammatica del patrius sermo, che è veramente l’iniziativa più sorprendente. 

Abbiamo visto che per tutta l’antichità e per tutto il medioevo, grammatica significa lingua latina (o greca). 

Il latino (il greco in Oriente) è l’unica lingua scritta nel

mondo cristiano; e non si riesce a trovare altro uso di quella scienza specifica che è la grammatica che non sia la descrizione e la normazione della lingua scritta

Questi punti erano all’epoca talmente ovvi che non si sentiva neppure il bisogno di esplicitarli. 

L’idea di una grammatica

di una lingua diversa dal latino; di una lingua esclusivamente parlata, non era impossibile, era impensabile: come insegnare a un asino a volare. 

Questo progetto di una “grammatica” della lingua franca, era quindi di un’arditezza straordinaria; e non poteva

preludere ad altro che ad un uso sistematico di quella lingua nella scrittura

Scrittura, tendenzialmente, in tutti i campi d’applicazione di questa, compresi quelli ufficiali che richiedono una lingua rigorosamente normata.

Si dice comunemente che il rimescolamento etnico dell’età altomedievale rendeva le varie genti germaniche costantemente in contatto fra di loro, e che le diverse lingue etniche avevano un elevato grado di reciproca comprensibilità; anzi, vi sono testi, come l’Hildebrandslied che mostrano già ai tempi di Carlo l’evidenza di un forte pastiche linguistico, con forme franche, sassoni, alto tedesche. 

Questo è sicuramente vero; ma mentre la raccolta di canti tradizionali può documentare questa variabilità linguistica (cosa che dipenderà molto anche dalla competenza e dagli usi linguistici dello scrivano), la redazione di una grammatica impone inevitabilmente un processo di selezione, non può essere la semplice raccolta del parlare comune in tutte le sue varietà. Una grammatica deve fare delle scelte, e

presentare dei modelli che assumeranno inevitabilmente una funzione esemplare e normativa.

Si è anche detto che con questa grammatica Eginardo volesse essenzialmente indicare la costruzione di una norma ortografica capace di dare uniformità alla redazione di testi in lingua germanica. 

È molto probabile che sia così, ma questo conferma quanto detto sopra.

L’ortografia non è solo quell’insieme di banali regolette a cui spesso pensiamo; la costruzione di un alfabeto adatto ad una lingua esclusivamente orale, come nel caso dell’alfabeto gotico di Wulfila, comporta una seria riflessione sulla fonologia di quella lingua, e sulla sua struttura grammaticale, perché come minimo si dovranno individuare i componenti del discorso, renderli riconoscibili anche quando ci si trova di fronte a processi di fusione o omofonie, eventualmente affrontare il tema di forme “deboli” o “ridotte”, rendere riconoscibili in modo inequivocabile i marcatori morfologici ecc. 

Se si affrontano questi problemi “sul campo”, nell’analisi concreta della lingua viva, si può arrivare a riflessioni

grammaticali veramente approfondite

Se invece si fosse preso alla lettera il terminegrammatica”, se l’esperimento fosse stato quello di adattare Elio Donato ad una lingua germanica, il risultato sarebbe stato inevitabilmente fallimentare.

Riassumendo, l’operazione descritta da Eginardo rappresenta lo sforzo di promuovere l’identità nazionale franca dalla cultura orale alla scrittura; e per far questo salto non bastava trascrivere su carta le parole della lingua quotidiana e della tradizione orale, occorreva arrivare ad una sistematizzazione e normazione di quella cultura e di quella lingua.

5.2. Un Impero della nazione franca?

A parte la raccolta delle leggi, gli altri punti indicati precedentemente sono documentati esclusivamente dal principale storico di Carlo Magno, un uomo di grande cultura che aveva avuto il privilegio di condividere per lunghi anni le assidue frequentazioni fra l’imperatore e il gruppo di intellettuali riunito nella sede palatina di Aquisgrana. 

Non posssiamo dubitare che Eginardo riporti fedelmente un progetto in cui probabilmente lui stesso era direttamente

coinvolto. 

Il fatto che non abbiamo traccia da nessun altra parte di queste iniziative, fa però pensare che questo progetto culturale, appena abbozzato, sia stato messo in atto solo in

minima parte, e presto dimenticato.

Possiamo solo tentare di immaginare quale sarebbe il risultato se questo progetto fosse stato portato coerentemente a termine. 

Il predominio politico dell’aristocrazia franca sarebbe stato

accompagnato da una forte caratterizzazione in senso etnico-linguistico dell’Impero.

Franche sarebbero state le leggi, sia pure armonizzate con quelle degli altri popoli dell’Impero, e aggiornate secondo le esigenze di uno Stato che vuole porsi come continuatore

dello Stato di Costantino e di Giustiniano. 

Franca la poesia, l’epica, e su di essa si sarebbe formato il “mito” di una grande nazione, di un grande Regno e di un grande Re, capace di portare la pace fra nazioni così diverse e ostili fra di loro; e franca sarebbe la lingua, la lingua

dell’Imperatore, quindi la lingua di tutto l’Impero. 

Una lingua che non si confonde con il coacervo dei popoli dominati, siano essi “Germani” o “Romani”; ma è in grado di dominarli tutti, così come avevano fatto gli antichi imperatori con la lingua latina.

Rimane il fatto che questo progetto, se mai è esistito, è fallito, anzi, non è mai uscito dallo stadio degli studi preliminari. 

L’Impero ha preso tutta un’altra strada

L’elemento unificatore dell’Europa medievale è stata la religione cristiana, e quindi la lingua della La lingua di

Chiesa: il latino

E al di sotto di questo grande ombrello sovranazionale, si è formata la molteplicità delle lingue dell’Europa moderna.

6. La fine del mondo franco

Oggi Aquisgrana, la capitale dell’Impero di Carlo, è una città di frontiera

È la città più occidentale della Repubblica Federale Tedesca, e si trova esattamente all’incrocio dei confini di tre nazioni: la Germania, l’Olanda, e il Belgio francofono.

Ai tempi di Carlo non era così. Aquisgrana era il centro dell’Austrasia, al confine fra le sedi tradizionali dei Salii e dei Ripuarii; lì si era formato il regno dei Merovingi, che Clodoveo aveva ricevuto in eredità dai suoi antenati, e da cui era partito per l’espansione in Gallia e Germania. 

L’idea che Aquisgrana potesse diventare il centro irradiatore della supremazia culturale dei Franchi su tutta l’Europa cristiana poteva sembrare realistica.

Col senno del poi, sappiamo che non era così. Ancora vivente Carlo, nell’813 il Concilio di Tours aveva raccomandato di utilizzare nelle omelie rusticam Romanam linguam aut

Theodiscam, quo facilius cuncti possint intellegere quae dicuntur (“la lingua romana rustica o la ‘teodisca’, affiché tutti possano comprendere più facilmente quel che si dice”). Come ho già avvertito, la traduzione di theodiscus (theotiscus) con “tedesco” è, all’epoca, ancora unanacronismo; ma non abbiamo una traduzione alternativa. In quella frase, l’accento non è sul carattere etnico della lingua, ma sul suo status di lingua parlata, popolare, rustica. Ma proprio nella sua genericità, tale dichiarazione sembra negare una specificità della lingua

franca

Anche quella, nel calderone del theodiscus.

Dopo i primi, rari, incerti documenti scritti, alcuni risalenti all’età carolingia, come il cosiddetto Abrogans, un brevissimo lessico latino-tedesco, dal X secolo comincia ad emergere in modo sempre più chiaro una letteratura in lingua tedesca

Ma questo tedesco non è la lingua di Aquisgrana, che è ancora oggi inserita nell’area del Ripuarisch, una forma di “basso” tedesco (Platt); quello che prevale è il tedesco “alto”, della Germania meridionale. 

La lingua dei franchi, nonostante gli sforzi di Carlo e dei suoi collaboratori, perde il treno della propria formalizzazione come lingua scritta, e quindi l’occasione di diventare la base della koiné germanica.

Anche il centro del potere politico si sposta decisamente verso est e verso sud: la dinastia ottoniana, espressione di quella Sassonia che Carlo aveva sottomesso con feroce energia, nella seconda metà del X secolo si lancia in un ardito programma di rinascita dell’istituzione imperiale attraverso il recupero del mito romano, e quel legame organico tra impero e papato che Carlo, pur avendo ereditato dai suoi antenati e promosso con grande determinazione,

viveva con un certo fastidio, come una limitazione della sua autorità.

L’antica Austrasia franca, la regione renana di Carlo ed Eginardo, si trova ora marginalizzata politicamente, mentre ad occidente sotto il predominio dell’aristocrazia germanica riemerge poco per volta il substrato romano

Le masse subcontinentali d’Europa si separano lungo una

linea di faglia che diventa il confine franco-tedesco, così critico per tutta la storia d’Europa.

L’identità dell’Austrasia franca viene cancellata, Aquisgrana si trova proiettata sulla punta di un promontorio, di fronte ad una Francia che non è più la “terra dei Franchi”, ma dei

Francesi. E ad oriente di quel confine la lingua dei Franchi si frammenta lungo un gradiente nord-sud, dando origine ad una serie di dialetti tedeschi occidentali segnati dalla maggiore o minore penetrazione della “seconda rotazione consonantica”.

Eginardo era consapevole di questa trasformazione? 

Quando abbandona la corte di Ludovico, e comincia (secondo la ricostruzione della maggior parte degli studiosi) a scrivere la sua biografia di Carlo, avendo da una parte la Vita svetoniana di Augusto, dall’altra gli Annali del Regno franco, riusciva a percepire la lenta erosione che avrebbe portato alla fine del suo mondo?

Se questa ricostruzione ha un senso, Eginardo, che in questo progetto credeva, che ne fosse consapevole o no, è il grande perdente

Per questo ne ha scritto la storia, come fanno di solito

i vinti. 

I vincitori, la storia la fanno, non la scrivono.

E ringrazio Maurizio Pistone per la sua ricerca.

Samsung Galaxy – Patch maggio 2019.

Lista degli smartphone Samsung Galaxy destinati a ricevere l’aggiornamento di maggio 2019 pubblicato da SamMobile.

  • Galaxy S9, Galaxy S9+, Galaxy S10, Galaxy S10+, Galaxy S10e

  • Galaxy Note 8, Galaxy Note 9

  • Galaxy S7 Active, Galaxy S8, Galaxy S8+, Galaxy S8 Active

  • Galaxy A5 (2017), Galaxy A8 (2018)

A seguire, invece, quelli che prevedono ormai un piano trimestrale di rilasci e che, con ogni probabilità, saranno esclusi dall’elenco a proposito della patch di maggio:

Galaxy S7, Galaxy S7 Edge, Galaxy S8 Lite, Galaxy Note FE

  • Galaxy A5 (2016), Galaxy A6, Galaxy A6+, Galaxy A7 (2018)

  • Galaxy A8+ (2018), Galaxy A8 Star, Galaxy A8s, Galaxy A9 (2018)

  • Galaxy A2 Core, Galaxy A10, Galaxy A20, Galaxy A20e, Galaxy A30, Galaxy A40, Galaxy A50, Galaxy A60, Galaxy A70

  • Galaxy J2 (2018), Galaxy J2 Core, Galaxy J3 (2017), Galaxy J3 Top

  • Galaxy J4, Galaxy J4+, Galaxy J4 Core, Galaxy J5 (2017), Galaxy J6, Galaxy J6+

  • Galaxy J7 (2017), Galaxy J7 Duo, Galaxy J7 Max, Galaxy J7 Neo, Galaxy J7 Top, Galaxy J7 Prime 2, Galaxy J7+, Galaxy J8

  • Galaxy M10, Galaxy M20, Galaxy M30

  • Galaxy Tab A (2017), Galaxy Tab A 10.5 (2018), Galaxy Tab A 10.1 (2019), Galaxy Tab A 8 Plus (2019), Galaxy Tab Active 2

    Ciancio alle bande e adesso VinciSalvini.it dello Ste..

25 anni di politica itaGliana.

Salve, sono il Pirla di Sinistra.

Non vi dico il mio nome ma, appena mi presento,mi riconoscerete. 

Sono entrato in politica nel 1994. 

Cercavo un posto al sole nella Gioiosa macchina da Guerra.. tutti dicevano che avrebbe vinto di sicuro.

Invece vinse B., ma fui felice lostesso.. il Cavaliere Nero, l’autocrate miliardario che sdoganava i fascisti era il nemico ideale per resuscitare la sinistra scampata a Tangentopoli perche’ Greganti aveva tenuto la bocca chiusa. 

Bastava ripetere ogni due per tre che era fascista e le masse sarebbero tornate da noi. 

Purtroppo le cose non andarono proprio cosi’… B. cadde per mano di Bossi, altro fascista col quale D’Alema, auspice Scalfaro, si accordo’ per sostenere il governo Dini. 

Disse addirittura che la Lega era “una costola della sinistra”, solo perche’ milioni di poveracci che votavano per noi si erano buttati sul Carroccio per disperazione.

Io ovviamente non ero d’accordo, perche’ noi di sinistra non dobbiamo perdere la purezza governando con altri.. o soli contro tutti, o niente. 

Meglio il peggior nemico che il migliore amico.

Nel 1996 arrivo’ Prodi, l’usurpatore, che non veniva dal Pci, ma dalla Dc. e ci spiego’ che per governare dovevamo aprirci ad altre forze.. le chiamava Ulivo, sai le risate.

Pero’ la gente ci casco’ e lui vinse.

Fortuna che D’Alema si mise con B. nella Bicamerale per far la guerra al Prof e ai giudici, che rompevano i coglioni anche ai nostri. 

Nel ‘98 godetti come un riccio quando il compagno Bertinotti, un vero puro di sinistra,rovescio’ l’intruso col pretesto delle 35 ore di lavoro e servi’ il governo al Lider Massimo su un piatto d’argento. 

Certo, questi dovette imbarcare Cossiga e Mastella, bombardare la Jugoslavia per ordine degli Usa, comprarsi la finta opposizione forzista con leggi anti-pm e pro-Mediaset, ma almeno ci liberammo di Prodi.

Purtroppo gli elettori non capirono la genialita’ dell’operazione.. D’Alema cadde e, dopo la parentesi Amato, torno’ B. Meglio cosi’ preferisco mille volte lui alla falsa sinistra. 

Tanto peggio, tanto meglio, cinque anni radiosi.. B. rovinava l’Italia e noi dall’opposizione a strillare al regime senza responsabilita’.

Bastava aspettare e avremmo stravinto.

Non ando’ proprio cosi’ nel 2006 torno’ Prodi e pareggio’, qualche voto in piu’ grazie agli italiani all’estero.

Per fortuna duro’ meno di due anni, poi Veltroni lancio’ il Pd a “vocazione maggioritaria”, disse che degli alleati faceva volentieri a meno, figurarsi di Prodi.

Infatti gli alleati ci mollarono (Turigliatto&C, Mastella&C).

Ma si’, molto meglio resuscitare B. e aspettare che spaventasse i nostri elettori per farli tornare all’ovile.

Lui ce la mise tutta.. i soliti malaffari e pure i sexy- scandali.

Ma nel 2011, quando finalmente cadde, noi “ ammazza

che volpi! “ decidemmo di non andare al voto.. un bel governo del compagno Monti sostenuto da Pd e FI, non proprio di sinistra-sinistra, pero’ piaceva tanto al compagno Napolitano.

Nel 2013 i nostri elettori si sbagliarono di nuovo.. anziche’ apprezzare le grandi riforme contro i pensionati e i lavoratori, preferirono i 5Stelle. 

E finimmo pari con loro. 

Quel tontolone di Bersani tento’ di agganciarli, ma per

fortuna non abboccarono. 

Poi Grillo tento’ di agganciare noi, per votare il nostro ex presidente Rodota’ al Quirinale e poi governare insieme, ma per fortuna non ci cascammo.

Molto meglio rieleggere Napolitano a 88 anni per altri sette e rifare il governo con B.

Pussa via, populisti.

Purtroppo Silvio fu condannato e mollo’ Letta (Enrico),

ma Alfano&C. restarono incollati alle poltrone.

Intanto il compagno Renzi, che sali’ a Palazzo Chigi sempre con gli alfanidi e pure con i verdinidi.

Certo, non era proprio di sinistra, infatti completo’ l’opera lasciata a metà da B. e attacco’ pure la Costituzione.

Ma in fondo questo e’ un Paese di destra.. la sinistra puo’ governarlo solo se fa la destra.

Purtroppo la gente non ci capi’ neppure nel 2018.. chi era di destra, anziche’ noi, voto’ Salvini.. chi era di sinistra, anziche’ noi, voto’ M5S. Di Maio ci offrì un contratto di governo, ma noi furbi lo gettammo tra le braccia della Lega, meglio starcene sull’Aventino con i popcorn a goderci lo sfascio populista-sovranista.

Mica scemi.. va bene governare con B., Alfano& Verdini, ma con quel figuro di Di Maio proprio no.

Cosi’ gli elettori imparano.

Ma questi perseverano.. ci preferiscono ancora i gialloverdi.

Eppure gridiamo al fascismo un giorno si’ e l’altro pure,

i nostri librai minacciano di non vendere il libro di Salvini,

abbiamo cacciato il suo editore dal Salone, mandiamo i nostri agit prop in tv a ripetere che questo e’ il peggior governo della storia repubblicana, va tutto male, l’Apocalisse e’ vicina.

Che dobbiamo fare di piu’?

Se Salvini diserta il 25 Aprile lo fischiamo, se la Raggi va al 25 Aprile la fischiamo. Se Salvini dimentica la lotta alla mafia lo fischiamo, se i grillini vanno al corteo per Peppino Impastato li cacciamo.

Se arriva Greta siamo tutti ultra’ ambientalisti, poi tutti a manifestare pro-Tav coi leghisti, i forzisti e Confindustria.

Se passano il reddito di cittadinanza, le leggi anti-precari

e anti-corruzione, votiamo contro perché non le abbiamo

fatte noi.

Ora siamo un po’ preoccupati, perché la Lega cala

nei sondaggi e i 5Stelle recuperano.. la gente, invece di apprezzare la strategia dei popcorn, scambia i grillini per

l’opposizione.

Altro che dialogare con loro.. piu’ Salvini si sgonfia, piu’ lo rigonfiamo, dandogli del nuovo Mussolini anche se non ci crede nessuno, ripetendo che comanda lui anche se non è vero, attaccandolo sulla guerra ai clandestini anche se li moltiplica, difendendo questa Ue che sta sulle palle a tutti. Senno’ e’ capace di non votarci il Tav e di non spaventarci piu’ gli elettori.

Se la gente non ha piu’ paura, perche’ dovrebbe votare per noi?